Alumni

Ing. Moccia foto  Il percorso professionale di Salvatore Schembri Volpe, ingegnere meccanico originario della provincia di Bari, rappresenta un esempio emblematico di come curiosità, flessibilità e spirito internazionale possano trasformare significativamente la carriera di un giovane laureato. Dalla passione   iniziale per la turbolenza e la fluidodinamica, coltivata durante gli anni al Politecnico di Bari, il suo cammino lo ha portato a vivere esperienze in ambiti industriali molto diversi: dalla ricerca accademica negli Stati Uniti alla progettazione e simulazione in ambito meccanico, dall’industria dell’occhialeria alla gestione di grandi operazioni logistiche, fino alle tecnologie più recenti legate all’intelligenza artificiale. La sua storia, ricca di cambiamenti e scelte coraggiose, è oggi parte della rubrica Alumni Stories, nata per valorizzare i percorsi dei laureati del DMMM e offrire agli studenti una testimonianza concreta delle molte strade che un ingegnere può intraprendere.

 

 

 

Raccontaci il tuo percorso professionale: come è iniziato e dove ti ha portato oggi?

La mia carriera è iniziata con un forte interesse per la turbolenza e la dinamica dei fluidi, temi che avevo approfondito nella tesi di laurea. Ero molto attratto dall’idea di continuare la ricerca in un contesto internazionale e, insieme a due colleghi, avevo iniziato a preparare domande per diverse università americane. Pochi mesi dopo la laurea, ricevetti alcune offerte, tra cui una dall’University of Maryland. Era un’opportunità straordinaria per approfondire le tecniche di simulazione più avanzate e lavorare con professori di grande esperienza. Decisi quindi di partire, pur mantenendo aperta la possibilità di proseguire un dottorato al Politecnico di Bari.

L’esperienza americana fu estremamente formativa, ma anche complessa. L’arrivo dell’uragano Katrina causò ritardi, tagli ai progetti e una generale riorganizzazione delle attività universitarie. Mi ritrovai a svolgere compiti accademici molto diversi da quelli che immaginavo: correggere compiti, seguire gli studenti nei laboratori, supportare i docenti nelle esercitazioni. Col tempo, mi resi conto che la vita accademica non rappresentava il percorso professionale che desideravo costruire. Inoltre, la distanza dalla mia compagna rendeva difficile immaginare un futuro stabile negli Stati Uniti. Scelsi quindi di tornare in Italia, con l’obiettivo di iniziare a lavorare senza al contempo abbandonare il percorso di dottorato che avevo già avviato.

Entrai in CNH, dove iniziai ad occuparmi di modellazione numerica per sistemi di trasmissione. Passai quindi dalle simulazioni di flussi incomprimibili in 3D a modelli a parametri concentrati, arrivando a occuparmi di trasmissioni a variazione continua e sistemi idraulici complessi. Fu un cambiamento significativo rispetto ai miei studi, ma anche una grande opportunità per vedere come la teoria potesse trasformarsi in applicazione concreta. In parallelo continuai il dottorato, grazie al supporto dei docenti del Politecnico, che mi aiutarono a definire un tema di ricerca collegato al mio lavoro industriale. Questo percorso culminò con la conclusione del PhD e una pubblicazione, che reputo interessante, sull’ottimizzazione dei rapporti di trasmissione; operazione all’epoca svolta ancora fondamentalmente per tentativi e che invece consentiva di ottenere guadagni di performance interessanti se affrontata con l’approccio rigoroso che proponevamo.

Sentivo però la necessità di ampliare le mie competenze manageriali, così iniziai un MBA a Bologna. In quegli anni lavoravo, studiavo per il dottorato e l’MBA: è stato uno dei periodi più intensi della mia vita, ma anche uno dei più formativi! Al termine del master, ricevetti un’offerta da Luxottica. Decisi di accettare e mi trasferii ad Agordo nel Bellunese, entrando in un settore industriale completamente nuovo per me.

In Luxottica mi occupai di industrializzazione dei nuovi prodotti: dalla scelta dei materiali ai processi produttivi, fino alla definizione delle tecnologie necessarie per portare un prototipo a una produzione su larga scala. L’occhialeria è un mondo sorprendente: ogni anno vengono lanciati centinaia di modelli, ognuno con esigenze di materiali, lavorazioni e dettagli differenti. In quel contesto imparai come coordinare team tecnici, gestire tempi stretti, risolvere problemi complessi e ottimizzare processi articolati. Dopo alcuni anni, diventai Direttore di Stabilimento, assumendo la responsabilità del principale sito produttivo dell’azienda.

Nell’estate del 2016 ero in vacanza quando ricevetti una telefonata che avrebbe cambiato nuovamente il mio percorso: Amazon stava aprendo il suo primo centro logistico in Italia e cercava figure con competenze tecniche e gestionali. Accettai la sfida e, nel giro di poche settimane, iniziai a guidare il Fulfillment Center, in altri termini il luogo all’interno del quale si mantiene la promessa in termini di tempi di consegna che viene fatta all’acquirente all’atto dell’acquisto. Era, all’epoca il primo e unico centro di quel genere in Italia. Era un contesto completamente diverso da quelli in cui avevo lavorato fino a quel momento: ritmi elevatissimi, forte uso della tecnologia, una cultura orientata alla sperimentazione continua. La crescita fu rapidissima: da una singola struttura si arrivò a una rete logistica nazionale con nove magazzini e migliaia di dipendenti. In quel periodo assunsi il ruolo di Direttore delle Operazioni Italia.

Dopo alcuni anni, sentii il desiderio di espandere nuovamente il mio orizzonte internazionale e accettai di trasferirmi a Londra, dove per due anni gestii i centri logistici del Sud del Regno Unito. Fu un’esperienza preziosa, sia dal punto di vista professionale che culturale. Lavorare in un contesto caratterizzato da una tale diversità di lingue e background mi aiutò a sviluppare una maggiore sensibilità interculturale e una leadership più flessibile.

Dopo sette anni nelle operations, decisi che era il momento di affrontare una nuova sfida ancora più distante dai contesti in cui avevo lavorato fino a quel momento: entrai così nel settore dell’intelligenza artificiale, occupandomi del coordinamento dei dataset necessari per addestrare i modelli di AI. Oggi seguo la qualità dei dati, i processi di validazione, gli aspetti di sicurezza e privacy, oltre al capacity planning per Europa e Americhe. In un ambito in cui tutto cambia rapidamente, due elementi restano stabili e fondamentali: la necessità di capacità computazionale e la necessità di dati di qualità. Lavorare in questo ambito significa trovarsi ogni giorno di fronte a qualcosa di nuovo, e questo è ciò che rende questa esperienza così stimolante.

Le tue esperienze ti hanno portato spesso all’estero: quanto conta l’internazionalizzazione per un giovane ingegnere?

Secondo me è imprescindibile. Non considero l’internazionalizzazione un valore aggiunto, ma un prerequisito per comprendere a pieno il mondo del lavoro contemporaneo. Vivere all’estero significa confrontarsi con culture diverse, imparare nuove modalità di comunicazione, costruire una visione più ampia delle proprie capacità e dei propri limiti. È un processo di crescita personale ancora prima che professionale.

Se tornassi indietro, farei un’esperienza internazionale già durante la scuola superiore, in quanto rappresenta il momento in cui si è più ricettivi, più aperti e meno condizionati dalla paura dell’ignoto.

L’Erasmus è uno strumento prezioso, ma non è l’unico. Qualsiasi esperienza fuori dalla propria comfort zone costituisce un grande acceleratore di maturità e consapevolezza.

Ho cambiato casa molte volte, ho vissuto in Paesi diversi e lavorato in contesti multiculturali e, ogni volta, ho imparato qualcosa di nuovo su me stesso, sulle persone e sul modo di interpretare il lavoro. Più presto si fa questa esperienza, più benefici porta nel lungo termine.

Quali competenze trasversali ritieni indispensabili per un ingegnere?

La competenza trasversale più importante, per me è il pensiero critico. Un ingegnere deve essere in grado di analizzare un problema, individuare i suoi elementi essenziali, valutarne la coerenza interna e costruire un ragionamento solido. Tutte le competenze tecniche rischiano di essere inefficaci se non sono accompagnate dalla capacità di valutare, interpretare e decidere con lucidità.

Allenare il pensiero critico significa imparare a riconoscere i propri bias, evitare scorciatoie cognitive, distinguere ciò che è correlato da ciò che è causale. È una competenza che si sviluppa con pratica costante: si allena come un muscolo, serve pazienza e dedizione. Occorre sfuggire alla tentazione dei bias, una via comoda per il cervello di accomodarsi sulle proprie convinzioni evitando lo sforzo che il pensiero critico richiede. Preparare esami, affrontare problemi complessi, studiare con profondità: tutti questi elementi aiutano a costruire una mente più attenta, rigorosa e flessibile.

Questa competenza mi ha accompagnato in ogni ambito, dalla simulazione numerica alla produzione industriale, dalla logistica all’intelligenza artificiale. La potrei definire una competenza indipendente dal sistema di riferimento. In un mondo che cambia rapidamente, il pensiero critico è ciò che permette di orientarsi, adattarsi e prendere decisioni efficaci.

Che consiglio daresti ai neolaureati del DMMM?

Non ho la pretesa di dare consigli, mi sento più che altro di condividere le lezioni che ho imparato. Innanzitutto, inizierei con un invito a rimanere curiosi. Studiate, sperimentate, coltivate la curiosità in ogni forma. Siate disponibili a rimettervi in discussione, ad apprendere ciò che non sapete ancora, ad affrontare contesti nuovi. Imparate a misurare la noia, intesa come consapevolezza di essere in un contesto in cui si smette di imparare qualcosa di nuovo. La sensazione di dominare problemi e relative soluzioni può essere bellissima ma è, al tempo stesso, pericolosissima perché smetti di imparare.

È inoltre fondamentale imparare a esercitare influenza, che significa saper costruire proposte fondate su argomentazioni solide e saper superare le opinioni con i fatti. Sono passaggi essenziali per la crescita personale e professionale e, nel tempo, permettono di arrivare a ispirare gli altri, assumendo un ruolo di leadership che non impone azioni, ma crea le condizioni perché esse avvengano.

A cosa stai lavorando oggi?

Sto lavorando allo sviluppo delle esigenze dei modelli intelligenze artificiali del portfolio Amazon. Modelli, agenti, che imparano ad eseguire determinati task in maniera automatica, modelli che siano responsabili, eticamente corretti e più performanti. Sto imparando tantissimo e mi diverte farlo.

Sembrano temi distanti dal tuo percorso iniziale da Ingegnere Meccanico, rimpianti?

Da un lato sono convinto che i pilastri del mio background resteranno validi e solidi, d’altro canto durante tutto il mio periodo di tesi ho lavorato pesantemente sul coding, la mia formazione è stata dunque importante anche su quel fronte. Questa domanda mi sollecita però una riflessione e vorrei dare, ora si, un consiglio finale che formalizzo come tale: prendete le vostre decisioni sulla base del minimo rimpianto futuro.

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